Glossario della parlata Aretina
Quest’anno gli alunni della Classe I “G” della scuola media statale A. Cesalpino di Arezzo ed io, professore di Storia e Geografia, Italiano, Latino, abbiamo deciso di realizzare una piccola raccolta delle parole tipiche della parlata aretina. Da parte mia è stato un continuare e riproporre l’esperienza già varata nell’anno scolastico 2001/02 cogli alunni della scuola media di Sestino. Per i ragazzi, come già allora, un modo diverso di affrontare lo studio dell’Italiano che coniuga Grammatica e Informatica poiché il materiale è stato raccolto e ordinato su supporto tecnologico.
Ragioni di natura didattica più specifiche non mancavano: ora come quattro anni fa si notava come negli alunni il confine psicologico tra italiano e dialetto non fosse ben netto, sia in quelli toscani che sentono quasi naturalmente coincidere la quasi totalità di suoni, parole e costrutti del dialetto con quelli dell’italiano, sia e soprattutto per gli alunni stranieri e di altre regioni che apprendono contemporaneamente italiano e parlata locale; gli uni e gli altri spesso sovrapponendo non correttamente le due dimensioni linguistico-espressive. Ed ecco così fissato il nostro obbiettivo: fornire un approccio ai fatti della lingua non teorico e statico ma dinamico, non certo in sostituzione della Grammatica, in quanto ad essa complementare, forse più concreto e talora anche divertente.
Il nostro lavoro si è svolto con le seguenti modalità: ricerca delle parole, quindi una minima analisi dei fenomeni linguistici da osservare, perché le parole hanno una storia e derivano da altre parole di lingue più antiche. Abbiamo fatto accenni alla fase latina e alle fasi storiche principali della lingua italiana. Il tutto entro i limiti delle mie non grandi nozioni di Grammatica Storica. Rapidamente i ragazzi hanno dato fondo ai loro bagagli lessicali di parlata aretina e gergale poi hanno iniziato una ricerca di altro tipo andando a consultare i genitori , i nonni, i parenti più grandi, riscoprendo magari con le parole anche radici e tradizioni tanto spesso, nelle nostre zone, legate alle campagne. Sono andati in giro per la città con attenzione diversa alle parole e ai discorsi che di solito ci mulinano intorno. Poi venivano in classe con i loro elenchi, talora con poche o anche una sola ma preziosa testimonianza. Alla raccolta abbiamo dedicato un’ora settimanale che abbiamo trascorso pure chiacchierando ma imparando anche contemporaneamente a prendere in esame le parole stesse dei nostri discorsi. Per potere meglio identificare il dialetto nel discorso occorrevano delle linee di demarcazione e abbiamo isolato dei criteri: 1) parole pronunciate con suoni diversi rispetto all’italiano; 2) parole diverse dalle corrispondenti italiane; 3) parole uguali a quelle italiane ma con significato diverso. 4) parole antiquate o arcaiche in italiano ma vitali in dialetto. Le parole catalogate sono state messe “a lemma”, descritte morfologicamente (ed è stato anche un buon ripasso) e poi definite dal punto di vista semantico. Se si considera solamente il numero delle parole occorse, il risultato potrebbe dirsi deludente, ma occorre notare che: 1) gran parte delle parole dei dialetti toscani può essere condivisa con l’italiano. Abbiamo così rilevato parte del sottoinsieme differenziale; 2) le parole raccolte testimoniano un nucleo profondo di passata cultura contadina il cui lessico era quello non ridondante delle poche rustiche cose che circondavano gli uomini; 3) i moderni mezzi di comunicazione, che irraggiano certe varietà di italiano (su cui qui non si discute), sgretolano sempre più il repertorio linguistico della tradizione e sono proprio i più giovani ad esserne maggiormente depauperati.
Il risultato finale, strutturato e fissato su floppy disk, è un elenco aperto che ogni ragazzo potrà sempre rivedere e, se vorrà, potrà magari rimpinguare autonomamente; ma il fine principale che ho cercato di perseguire è, in realtà, un altro: accrescere nei ragazzi la consapevolezza che dialetto e lingua italiana “standard” assolvono a esigenze comunicative diverse, dal momento che l’uno è idoneo al discorso affettivo, l’altro è vettore di razionalità e di cultura. L’uno si rivolge alla cerchia amicale, gergale, parentale, “comunale”; l’altro veicola i contenuti delle scienze e delle conoscenze.
La prima avvertenza da fare a chi volesse aprire questo Glossario è che non vi si dovrà cercare la perfezione e la completezza, ovviamente; il lettore eventuale vedrà anche che ci sono due grafie con le quali ho voluto differenziare due elenchi distinti, perché dopo alcune riflessioni ho deciso di integrare con quella nuova l’esperienza di quattro anni fa: perché gli elenchi si integrano quasi naturalmente e si completano, essendo poche le parole dell’uno che non potrebbero comparire anche nell’altro (si potranno trovare talvolta lemmi ripetuti che sono stati lasciati perché recanti significati anche simili o leggermente diversi, o aventi pronunce dissimili), e perché di parlate comunque afferenti alla zona del toscano orientale si tratta. Infatti entrambe le parlate hanno per esempio in comune la non aspirazione delle consonanti occlusive intervocaliche (fenomeno tipico dei dialetti toscani centrali e occidentali) e la quasi totale assenza del raddoppiamento fonosintattico ( in realtà l’isoglossa che delimita questo fenomeno attraversa a metà il territorio della provincia aretina: il Valdarno e il Casentino ne sono interessati mentre la parte restante non ne reca traccia; a essere poi precisi anche per l’aspirazione intervocalica si presenta una situazione simile, anche se con manifestazioni meno costanti ed evidenti). Altro tratto in comune è la chiusura della “a” tonica in “è” aperta, es.: casa > chésa ( fatto molto costante nelle parlate aretine e valtiberine, meno attestato nel sestinate). Certamente le differenze non mancano, a cominciare dal fatto che le parole raccolte dagli alunni di Sestino, tutti integrati nel loro ambiente, testimoniano di una comunità viva, orgogliosa del suo retaggio e piuttosto conservatrice dal punto di vista linguistico, come tutte le comunità periferiche (anche se le attuali tecnologie di comunicazione tendono ad annullare i concetti linguistici di “centro” e “periferia”, abolendo le distanze). Se Sestino è un paesino di montagna con una economia legata prevalentemente all’allevamento, all’agricoltura e alla silvicoltura, gli alunni della attuale classe I G formano un gruppo eterogeneo per provenienza, ma tutti vivono e convergono in Arezzo, quindi in una realtà a tutti gli effetti ormai cittadina, con tutto ciò che ne consegue dal punto di vista linguistico. Inoltre il dialetto di Sestino documenta una realtà di confine e si colora di influssi romagnoli e marchigiani come ad esempio la frequente elisione delle vocali atone nella parte finale delle parole; anche la sibilante dentale “s” e quella palatale “sc” risentono della pronuncia romagnola in genere.
Come quasi generalmente in Toscana, la consonante velare sorda “k” e la consonante dentale sorda “t”, quando sono seguite da vocale palatale “i”, si trasformano nella velare prepalatale sorda “k’” (es.: tieni>k’ieni, chiave>k’iave); parimenti la consonante velare sonora “g” e quella dentale “d” passano alla velare prepalatale sonora “g’” (es.: ghiaccio>g’iaccio, diavolo>g’iavolo). La velare palatale sorda “c” (cena) e quella sonora “g” (gelo) hanno la tipica pronuncia toscana.
La sibilante sorda “s” e quella sonora “s” in posizione intervocalica hanno in pratica la stessa distribuzione che nel resto della Toscana, mentre nell’Italia del nord prevale quasi sempre la sonora; nell’Italia del sud prevale invece la sorda (così pure “z” sorda e “z” sonora intervocaliche). Una situazione similmente intermedia tra nord e sud è documentata per le forme lenite (sonore) delle occlusive forti (sorde) “c”, “t”, “p”: le parlate toscane orientali in oggetto rispecchiano la realtà toscana tutta.
Altri fenomeni fonetici comuni a tutta la Toscana sono: la pronuncia geminata della consonante laterale palatale “gl “ (es.: famiglia>famill’ia); la pronuncia geminata della consonante nasale palatalizzata “gn” (es.: agnello>ann’ello); la pronuncia geminata della consonante doppia “z” (es.: azione>attsione, come azzardo).
Inoltre si nota la comune tendenza alla remissione dei dittonghi “uo”, “ie” (es.: buono>bono); anche se quando essi sono mobili, quindi tonici o atoni, come nelle voci verbali, prevale la tendenza analogica al mantenimento, cui si sovrappone la pressione dell’italiano “standard”.
Infine appare la tendenza all’anafonesi: “léngua”, “fòngo”, “vénco”, etc..
Passando alla morfologia alcuni fenomeni da notare sono nella coniugazione verbale: sempre più rara e sporadica, documentabile solo nelle persone più anziane è la sopravvivenza del condizionale in: “-ia”; molto più comune invece una desinenza in: “-ebbi” (es.: io andrebbi). Per il condizionale va poi registrata la tendenza alla perdita del suo valore ipotetico-potenziale, ormai espresso sempre più spesso dall’indicativo imperfetto che tende ad acquisire valore modale. Sempre molto vivo è l’uso del “si” impersonale al posto della prima persona plurale (es.: noi si fa); altrimenti nel presente indicativo sono molto comuni le desinenze: “-amo” ( I coniugazione), “-emo” (II coniugazione), “-imo” (III coniugazione), mentre l’italiano ha solo: “-iamo” come estensione analogica della desinenza del congiuntivo presente già a partire dal fiorentino trecentesco ( nel dialetto di Sestino si registrano le desinenze in: “sme” per la I persona plurale e “-ste” per la II persona plurale; per influsso romagnolo?). Comune anche alle parlate umbre è la riduzione dell’infinito al puro tema verbale, senza la desinenza: “-re”. Il presente indicativo del verbo essere è: “so, si, è sémo, séte, sono” ( ma sestinese: “énno”, per influsso umbro; in generale gli influssi umbri in questo dialetto si concretizzano a livello del lessico ).
Infine i pronomi personali soggetto sono: “tè/té” (tu), “lu” (lui), “gli” (lei); si registrano anche “noialtri”, “voialtri”, “loro/lori” (raro quest’ultimo e in quel di Sestino).
Marco Comanducci
